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La fiera del food

Si è da poco chiuso l’evento del Cooking for Art di Witaly che già si prospetta la prossima kermesse a tema enogastronomico della capitale. Il susseguirsi di appuntamenti così serrato restituisce alcune fotografie che raccontano il fenomeno. Sicuramente c’è un trend di successo da cavalcare che fa ben sperare per il settore.

Ci sono poi le conferme di alcuni teoremi fondamentali:

Gli italiani amano mangiare.

Gli italiani spendono per mangiare anche in tempi di crisi: “meglio una volta in meno a cena fuori, ma buonabuona”.

Il mondo della ristorazione si è accorto di questo interesse e, complice un risveglio di attenzione verso il turismo ed il genius loci, decide di favorire la riscoperta del territorio puntando sull’enogastronomia. Il recente Cooking for Art, realizzato alle Officine Farneto, ha offerto a prezzi accessibili le meraviglie del mondo del fine dining adottando la formula, già del Taste of Roma, del biglietto (basso) d’ingresso e dei “gettoni” per le singole degustazioni.

Il teatro dei sapori ha messo in scena le delizie “Pret a’ Porter” di Pianostrada, tra cui il Pane e mare (pane al nero di seppia, mozzarella di bufala, spada affumicato, composta di fichi olio al pepe rosa e rosmarino).

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Bastano pochi passi e siamo ai confini con la Svizzera, alla piemontese Locanda Walser.  Lo Chef Matteo Sormani porta in tavola sapori e colori della sua regione con i Bottoni di cervo, cavolo cappuccio e ginepro.

Chiudiamo il cerchio degustando il Capriolo con mele selvatiche e marmellata di habanero di Igles Corelli. Abbinamento particolarmente raffinato e gustoso.

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Non disdegniamo poi un giro per gli stand di vino/prodotti tipici ma la folla, già opprimente mentre mangiavamo ad un miracoloso tavolino, mi ruba centimetri di pazienza ad ogni passo. Il mondo degli eventi era pronto a gestire tutta questa concentrazione di attenzione intorno al food? A me pare che, cercando ispirazione, abbia trovato da un lato il caro vecchio consolidato format delle fiere di settore e dall’altro lato le sagre di paese. Figlia di questo mix è stata la gourmetizzazione (sì ho avuto anche io un brivido per questo infelice neologismo) della sagra.

2014-11-01 20.41.02Stare scomodamente a mangiare accerchiati da un esercito di cavallette depaupera l’esperienza sensoriale che ricerca il vero appassionato. Il format degli eventi food non può, a mio avviso, prescindere da una domanda sul modello di esperienza per il visitatore. Per chi è stato pensato questo genere di eventi? Conviene questa ambiguità organizzativa in bilico per accontentare target così distanti: dal prototipo del “vorrei ma non posso”, passando per i “mangia-a-scrocco” fino agli scettici del “no, non ce li spendo tutti quei soldi, ti daranno una porzione che poi esci e ti devi fare una pizza per sfamarti”?

Non sarebbe meglio propendere per una scelta più ardita ma con maggiori potenzialità?

Una strada percorribile potrebbe essere co-costruire con gli appassionati un modello di partecipazione e interazione che investa nella tranquilla atmosfera gourmet che piace al popolo del food. Quell’atmosfera fatta anche del piacere di ascoltare chi, con entusiasmo, ti descrive il sapore che sta appena intercettando le tue papille.

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