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Sotto pressione

psicologia dello sport

Sotto pressione

Ci hanno sempre detto che con lo sport si scarica la tensione.

Ma è davvero sempre così?

Il runner che non si gode un’uscita perché il ritmo al chilometro “non è quello giusto”.

Chi va in palestra con lo stesso spirito competitivo con cui entra in riunione di lavoro.

Il genitore a bordo campo che vive la partita del figlio come un intervento a cuore aperto.

Il “novello Sinner” che molla tutto dopo un rovescio sbagliato, perché la testa è rimasta ferma lì.

Non c’è nessun contesto agonistico o professionistico, eppure qualcosa scatta.

Sott’acqua, per esempio, non competi per vincere trofei, e non puoi fare a meno di essere nel momento. Quando lavoravo con i gruppi di subacquei, esploravamo insieme l’impatto della dimensione psicologica sulla tecnica: respiro, consapevolezza, paura. Imparavamo a riconoscere l’attimo in cui respiri corto senza accorgertene, ti irrigidisci, e la mente corre avanti al risultato invece di restare nel gesto.

È lo stesso meccanismo che, fuori dall’acqua, trasforma una pratica nata per farci stare bene in una prestazione da dimostrare. Passi il tempo su una cyclette, con gli auricolari, a parlare di lavoro. Lo stress di cui volevi liberarti, è entrato con te in sala pesi, in vasca e perfino sul tappetino a fare addominali. Dov’è la tua attenzione? Stai respirando diaframmaticamente?

La dimensione psicologica dello sport riguarda chiunque viva un’esperienza corporea. Respiro, presenza, gestione dello stress, rapporto con l’errore, sono competenze e, come tutte le competenze, si possono allenare e un po’ si suda anche con queste.

Ma senza cercare medaglie!

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